Abbiamo perso le parole
e ci restano solo i monologhi
Indice
Introduzione
Violenza
Perché il dibattito è diventato violento?
Il tempo dei monologhi
Cambiare idea
La dignità del dibattito
Introduzione
Nella mia quotidianità un po’ claudicante, riesco comunque, non so come, a mantenere una routine.
Nell’arco della mattinata cerco sempre di avere uno spazio da dedicare alla lettura delle notizie. Ho un feed personalizzato nel quale ricevo soltanto notizie legate ad attualità politica ed economia, ma la cronaca spesso bypassa il filtro, soprattutto quando finito con le notizie, passo a scrollare il feed dei social.
Non sono il solo: secondo l’Eurobarometro (dati del 2024) il 42% dei giovani europei (tra i 16 e i 30 anni) si rivolge ai social media per notizie di stampo politico e sociale. I teen (16–18 anni) sono in testa, con il 45% che si affida alle piattaforme.
Se dovessi scegliere una sola parola per raccontare ciò che leggo in questa mia routine quotidiana, userei questa: violenza.
Violenza
Violenza in tutte le sue forme, da quella meramente fisica nella cronaca, a quella politica, arrivando a quella dello scontro ideologico nel dibattito.
Quest’ultima, poi, è esattamente quella alla quale siamo, noi tutti, più esposti in prima persona. La violenza che oggi caratterizza lo scontro delle idee, le posizioni forti che non lasciano spazio ai compromessi, le tribune politiche che dalla tv sono entrate nei nostri telefoni investendoci dell’onere di avere un’ideale da difendere a tutti i costi.
Questa violenza del dibattito che oggi permea la nostra quotidianità, raggiunge il suo pieno compimento in quella fisica, attraverso l’intimidazione, la censura, gli scontri di piazza, i blitz, fino all’assassinio.
Non succede solo nelle società dei paesei politicamente instabili, ma anche qui in occidente, dove soltanto negli ultimi mesi ognuna di queste cose è già avvenuta più e più volte.
Sono sempre più numerose le scorte della Polizia di Stato che vengono impiegate per proteggere il diritto di alcune realtà politiche di avere un gazebo in piazza e distribuire volantini, persino organizzare una conferenza in un’università, oggi, richiede il presidio delle Forze dell’Ordine, perché è sempre più comune che queste vengano interessate da tentativi di repressione, anche violenti, dagli oppositori politici (vedi casi Parenzo, Capezzone e Fiano).
Leggo queste notizie, e penso solo che mi sento stanco.
Mi sento stanco, stanco della violenza, e non riesco a non farmi la più ingenua delle domande: perché gli altri, tutti, non lo sono?
Mi appare così spontaneo pensare che essere stanchi della violenza dovrebbe essere naturale, quasi scontato, e proprio qui si annoda la mia ingenuità.
Sigmund Freud parlava della violenza come di pulsioni fondamentali dell’essere umano, distinguendo tra Eros, pulsione di vita, e Thanatos, pulsione di morte.
Friedrich Nietzsche parla della violenza addirittura come un male non necessariamente da sopprimere, ma un’espressione della forza vitale e un aspetto necessario per il superamento dell’uomo comune.
Perché il dibattito è diventato violento?
Al di là delle possibili digressioni filosofiche, ancor prima di cercare una risposta sul perché non ne sembriamo stanchi, un’altra domanda si fa strada in me: perché il dibattito oggi è sempre più violento?
In questa disamina del dibattito moderno viene in aiuto Luca Bizzarri, il comico, che ospite a PoretCast, il podcast di Giacomo Poretti, affronta direttamente questo tema.
Per farlo inizia da “prima”, con il timore di fare la figura del boomer nostalgico, facendo riferimento a Tribuna Politica, talk televisivo nato nel 1960, che poneva a confronto diretto, vis a vis, i leader politici e non solo.
Ne parla evidenziandone un aspetto fondamentale: erano anni di tensione politica tremenda, gli anni di piombo, e quei confronti televisivi, tra leader agli antipodi l’uno dall’altro, dove a confrontarsi erano Berlinguer e Almirante, il dibattito era, si, durissimo ma “alto”.
Alto nel senso figurato, dove la durezza delle idee non intaccava la statura morale del dibattito, dove la contestazione ideologica dell’altro esisteva nei confini del ragionamento di un pensiero.
Ecco, per tutto questo, per dibattere, occorrono le parole.
All’epoca, osserva Bizzarri, avevano le parole. E quando parla di avere le parole si riferisce proprio alla conoscenza dei vocaboli, ad un uso più completo della lingua, ad una padronanza linguistica che oggi abbiamo smarrito.
E l’impressione, almeno la mia, è che noi tutti, me incluso, abbiamo iniziato a lasciare che il nostro pensiero venga agito dalle parole, mentre dovrebbero essere le parole ad essere agite dal pensiero.
Se le parole sono lo strumento del pensiero, e quelle parole le abbiamo perse, quali altri strumenti restano?
Il tempo dei monologhi
A questo punto non resta che domandarsi perché. Perché abbiamo perso le parole? Perché, come dice Luca Bizzarri, siamo diventati dei cinghiali?
Quali sono gli elementi fondamentali del dibattito?
Le idee, la capacità argomentativa degli interlocutori, la dialettica. Più di tutti, però, l’elemento fondamentale del dibattito è l’ascolto. La capacità di ascoltare il nostro interlocutore è il cuore del dibattito, perché senza l’ascolto non c’è dialogo e senza dialogo restano solo monologhi.
Ci rifletto su e mi sembra di trovarmi di fronte allo specchio del nostro tempo, un tempo fatto di proclami, di slogan, di una velocità del divenire che ha lasciato indietro il tempo del pensiero.
Mi occupo di comunicazione per mestiere, e sono appassionato di politica da che ho memoria, perciò conosco bene le euristiche cognitive.
Spiegato semplicemente le euristiche sono strategie decisionali semplici che consentono di prendere decisioni veloci con uno sforzo cognitivo minimo. Il mestiere della comunicazione regge le sue basi su queste strategie: sostituire la complessità con la semplicità e l’immediatezza, con il preciso scopo di rendere più efficiente la diffusione del tuo messaggio.
Vien da sé che questa materia sia, per sua natura, intrinsecamente legata alla politica, andando di pari passo con la parabola per cui i leader di partito assomigliano sempre più ad influencer e sempre meno a classe dirigente.
Unitamente alla velocità, la grande protagonista del nostro tempo sembra essere la gratificazione istantanea, nata dal culto dello status, e dal patologico bisogno di essere visti, che i social più di tutti hanno il potere di creare e saziare in un circolo vizioso infinito. E quando scrivo del “patologico bisogno di essere visti”, in particolare relazionato ai più giovani, faccio riferimento proprio alla necessità di sentirsi considerati da qualcuno, di sentire di esistere nel mondo, di avere una qualche rilevanza.
Raccontata così sembra qualcosa che riguarda solo le persone con qualche patologia narcisistica, ma non lo è. Tutte le persone dalla mia generazione in giù che conosco (con rarissime eccezioni) ne sono affetti, me compreso. Il rilascio dopaminico derivante dalle gratificazioni ottenute sui social è universale, e la sua presa è potente verso chiunque sia esposto ai social media in maniera abituale.
Quel patologico bisogno di essere visti non riguarda più soltanto il narcisismo, ma è diventato un bisogno che i social media stessi creano nelle persone che li usano. Questa stessa meccanica psicologica è proprio quella che alimenta la diffusa illusione collettiva che la propria opinione conti, e che diffonderla sia importante.
Questo meccanismo fa dei social media un palco scenico dove attori e platea si mescolano in una cosa sola, creando un rumore di fondo fatto di monologhi, senza più nessuno spettatore ad ascoltarli.
È in questo rumore di fondo che oggi si inserisce il dibattito, dove il fallimento dell’ascolto rinvigorisce la foga dei proclami, dove non c’è più la contestazione delle idee, ma monologhi urlati l’uno sull’altro.
L’ascolto richiede una fatica che non siamo più disposti a fare:
l’apertura a cambiare idea.
Cambiare idea
Cito l’articolo di un mio caro amico, che qualche tempo fa scrisse proprio dei bias psicologici che ci rendono difficile cambiare idea, anche di fronte all’evidenza.
Se il tuo cervello ha investito anni nel credere qualcosa, anche mille prove contrarie faranno fatica a spostarti da quella posizione, perché quell’opinione ormai fa parte della tua identità.
Il mio amico Riccardo, in quell’articolo, che vi consiglio vivamente, fa riferimento a temi complicatissimi come il Medio Oriente, perciò nella sua disamina parla di opinioni costruite negli anni. Ma questo meccanismo, per come la vedo io, oggi si innesca nel processo stesso della formazione delle idee, in relazione alla fatica che fai nell’assimilare le informazioni.
In sostanza, la prima opinione che ti sei creato è quella che persisterà di più nel tempo, perché l’indisponibilità a cambiare idea deriva dalla reticenza di fare nuovamente fatica ad assimilare ulteriori informazioni e a rimodulare il tuo pensiero.
Inserendo nel frullatore dei social media l’indisponibilità a cambiare idea, la patologica ricerca della gratificazione istantanea e le euristiche cognitive, il cocktail è fatto: il dibattito è stato sostituito dalla lotta dei cinghiali.
La dignità del dibattito
Non voglio sottrarmi alle mie responsabilità, non voglio scrivere queste parole supponendo di essere migliore degli altri. So di essere anche io parte del problema. Me ne rendo conto quando rileggo cosa scrivo su Threads, il modo in cui buttarmi in questa lotta del fango piace anche a me, perché “blastare” con sagace sarcasmo i miei interlocutori mi gratifica, mi fa sentire nel giusto, mi fa sentire visto.
Forse però è proprio lì che comincia la differenza: nel momento in cui si ammette di essersi sporcati, e si sceglie di non voler più restare nel fango.
Nel momento in cui invece di “avere ragione” si prova semplicemente a capire, trovando le parole che abbiamo perso, e restituendo dignità al dibattito.
È un’aspirazione che richiede statura, e la statura, quella morale, richiede un faticoso e lungo lavoro su sé stessi per poterla costruire. Altra fatica che nel mondo di oggi si è sempre meno disposti a fare.





